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UN ALPINISMO IRRIPETIBILE
22/05/2018

UN ALPINISMO IRRIPETIBILE

Il Club Alpino Italiano sezione di Castellanza presenta per venerdì 8 Giugno alle ore 20:45 presso l'Aula Magna dell'Università LIUC (Piazza Soldini - Castellanza):

Un alpinismo irripetibile

1° salita invernale integrale della cresta di Peutérey (M. Bianco) dicembre 1972 e altre importanti prime ascensioni invernali dei fratelli Arturo e Oreste Squinobal, guide alpine di Gressoney

Interverranno:

Arturo Squinobal - Guida Alpina

Enrico Martinet - Giornalista professionista responsabile redazione di Aosta del quotidiano La Stampa

 

Scarica Locandina

 

Dicembre 1972. Prima salita invernale integrale della “Peutérey”
Quando la montagna e l’alpinismo di alto livello possono significare amicizia. La cresta integrale di Peutérey è un continuo susseguirsi di salite e discese “complicate”, da ogni punto di vista alpinistico le si voglia considerare. Con otto chilometri di sviluppo è la più lunga cresta delle Alpi, il dislivello tra il punto di partenza e l’arrivo in vetta al Monte Bianco è di 3400 metri, ma per gli alpinisti, considerando i continui saliscendi, corrisponde a circa 5000 metri.
La prima ascensione integrale della cresta di Peutérey è stata realizzata nell’estate del 1953, poi fino agli anni 70 seguirono poche ripetizioni in estate e alcuni tentativi, falliti, di scalare la cresta in inverno. Nel dicembre del 1972 la cresta venne scalata per la prima volta in inverno dai fratelli Arturo e Oreste Squinobal, due giovani Guide alpine di Gressoney i quali, con pochi mezzi e tanto talento, riuscirono a portare a termine l’impresa.
Una coppia di “fortissimi”, tanto forti che dopo un primo tentativo, causa le condizioni meteo avverse, furono respinti dalla montagna, tornarono a casa e il giorno successivo, con le condizioni meteo in miglioramento, ritornarono alla base della Aiguille Noire di Peutérey, raggiunsero la vetta quindi con innumerevoli “doppie” si calarono nel baratro del lato opposto, fino alla base delle Les Dames Anglaises.
In quel punto, inaspettatamente, raggiunsero una cordata di quattro, altrettanto forti, alpinisti francesi che avevano lo stesso obiettivo dei due gressonary, ovvero, compiere la prima salita invernale integrale della cresta di Peutérey. Alla guida dei quattro alpinisti d’oltralpe c’era Yannick Seigneur.
Sebbene Arturo e Oreste erano più veloci non esitarono a rimanere con i francesi, insieme a loro salirono la cresta fino in vetta al Monte Bianco e con loro condivisero il successo dell’impresa. Un atteggiamento altruista, responsabile e meritorio quello dei fratelli Squinobal, provante la loro bontà d’animo, l’umiltà e il reale disinteresse a volere emergere individualmente ad ogni costo. Una dimostrazione che la montagna e l’alpinismo, anche di alto livello, possono significare amicizia.
Questa salita per Arturo e Oreste si posiziona la centro di altrettante importanti prime ascensioni compiute tra i primi anni 70 e la fine degli anni 80. Ricordiamo le più significative: dicembre 1971 prima salita invernale della parete sud del Cervino; gennaio 1978 prima salita invernale della parete ovest del Cervino; maggio 1982, Arturo e Oreste facevano parte della spedizione delle Guide Alpine valdostane al Kangchendzonga 8598 m (Himalaya), la terza vetta della terra. Oreste senza l’ausilio del respiratore (ossigeno) arrivo in vetta, realizzando la prima salita italiana.

Arturo Squinobal (1944) Oreste Squinobal (1943 - 2004†)
L’attività alpinistica invernale sulle Alpi dei fratelli Arturo e Oreste Squinobal si sviluppa tra il finire degli anni 60 fino agli anni 80 e coincide con l’attività alpinistica praticata dai più forti alpinisti di quel periodo: Walter Bonatti, Alessandro Gogna, i fratelli Antonio e Gianni Rusconi (di Valmadrera) René Desmaison, Renato Casarotto, Giorgio Bertone, Gian Carlo Grassi e tanti altri che hanno scritto la storia dell’alpinismo mondiale.
Le salite invernali rappresentavano (e rappresentano) il modo più complicato di praticare l’alpinismo in alta montagna, per una serie di situazioni oggettive: il freddo, le perturbazioni (allora non prevedibili con la precisione delle previsioni meteo attuali), il maggiore rischio di slavine, e il “ghiaccio vetrato” che ricopre le creste e le pareti rocciose. Insomma, la pratica dell’alpinismo in inverno ha sempre complicato le ascensioni agli alpinisti, in modo ancor più accentuato quando si trattava compiere le prime salite.
E allora perché Arturo e Oreste si spinsero anche nella pratica dell’alpinismo invernale? e ancora, perché cercarono di praticarlo su montagne difficili mai salite in inverno? come nel dicembre del 1972 quando salirono per primi sulla parete sud del Cervino, che ancora rappresentava uno dei problemi irrisolti dell’alpinismo mondiale.
Ebbene, a queste domande Arturo e Oreste rispondevano in modo essenziale e solo apparentemente semplice:  "perché non provare?". In realtà insita nella risposta c’era tanta consapevolezza e nasceva da attente valutazioni: di ordine pratico, relative alle caratteristiche della montagna che dovevano affrontare e al loro grado di reale preparazione; di ordine intellettuale, con una “visione romantica del fare alpinismo”. Ad esempio Arturo e Oreste ritenevano che non avrebbero avuto nulla da perdere se avessero tentato una prima ascensione, non avrebbero dovuto rendere conto ad alcun soggetto, né in vetta né al ritorno, non agli sponsor, non al pubblico, né ai critici e forse neppure al mondo accademico.
Dovevano e volevano condividere la salita con loro stessi o molto liberamente con altri alpinisti, non certamente per egoismo ma piuttosto perché erano nella condizione di poterlo fare. Bastavano a se stessi. E quindi: "perché non provare"?
Sebbene fossero Guide Alpine, per Arturo e Oreste fare gli alpinisti, seppur ad alto livello, non era la loro attività principale. Loro erano artigiani falegnami a tempo pieno e lavoravano in proprio nel laboratorio sotto la loro abitazione a Gressoney Saint Jean. I successi alpinistici di Arturo e Oreste non furono determinati dal caso o dalla fortuna, non erano degli incoscienti, irresponsabili e sprezzanti del pericolo. Ad ogni loro ascensione corrispondeva una puntuale preparazione svolta con duri allenamenti, sempre in costante ascesa al fine di aumentare la resistenza e affinare le tecniche alpinistiche. Il Monte Rosa, in tutte le stagioni, fu la loro palestra naturale.


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